La continuazione della storia

Luca non rispose subito. Sembrava non sentire affatto. I suoi occhi scivolarono nella stanza, cercando un punto dove fermarsi, ma trovavano solo disordine. In una mano di Marianna — la sua camicia; nell’altra — il solito rimprovero, vecchio come la loro vita. Sofia, rannicchiata accanto all’armadio, sembrava un animale braccato. Tra loro due, un filo invisibile teso, come prima di un’esplosione. — Mamma, — disse infine, piano, stanco. — Posala. La camicia. Al suo posto. Marianna lo guardò come colpita da uno schiaffo. — Cosa hai detto? — Hai sentito bene. Posala e vattene. Adesso. — Luca! — la sua voce si fece di ferro. — Sei impazzito? Io per te… volevo solo il meglio! — Volevi quello che ti faceva comodo, — tagliò lui. — E non entrerai più in casa nostra senza permesso. Con le chiavi o senza. Marianna impallidì. Le mani le tremarono, ma non lasciarono la stoffa. Guardò il figlio, poi Sofia, come se cercasse conferma che non stava sognando. 

— È lei che ti ha girato la testa, vero? — sibilò. — Quella ragazza che non sa neanche far bollire un uovo! Ti ha messo contro tua madre! Sofia taceva. Le labbra bianche di rabbia trattenuta. Le mani che tremavano non di paura, ma per l’esaurimento accumulato in anni di invasioni. — Mamma, vattene, — ripeté Luca. Fece un passo avanti e le prese la camicia di mano. Il tessuto cadde con un fruscio sommesso nella pila di vestiti. — Basta. Finisce qui. Marianna rimase immobile. Per la prima volta in tutti quegli anni, nessuno cedeva. Cercò uno spiraglio, uno sguardo che le restituisse il potere, ma non ne trovò. Abbassò lentamente la borsa a terra, guardò intorno la stanza, come incapace di credere di essere stata cacciata. Poi serrò le labbra e fece un passo deciso verso la porta. — Ve ne pentirete, — sibilò. — Non permetterò a quella… quella donna di distruggere la mia famiglia! Mi avete sentito? — e, con un singhiozzo secco, uscì, chiudendo la porta con un colpo forte. 

Calò il silenzio. Solo il tic, tic delle gocce d’acqua di Sofia sul pavimento. Sofia rimase immobile, guardando la porta. — Luca… — cominciò, ma la voce si spense. — Non aveva il diritto… Avresti dovuto… Lui alzò la mano: «Lo so». Si avvicinò, le tolse l’asciugamano dalle spalle e la abbracciò piano. Senza parlare. Odore di ferro e detersivo. Sofia tremava, ma finalmente si lasciò andare contro di lui. Restarono così per un minuto, forse di più. — Scusami, — mormorò. — Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma pensavo di riuscire a fermarla prima. — Non se ne andrà, — sussurrò Sofia. — Tornerà. Lo sai. — Che ci provi, — rispose lui, sorprendentemente fermo, andando verso la finestra. La aprì. L’aria fredda entrò nella stanza. — Da oggi non ha più le chiavi. Prese il mazzo dalla giacca, trovò quella superflua, e la gettò nel bidone. Il metallo batté sul fondo — un colpo secco, come uno sparo. ** Passò una settimana di silenzio. Sofia si muoveva cauta, come temendo di risvegliare la tempesta. Ma la tempesta non tornava. Luca tornava dal lavoro stanco, ma diverso — più calmo, come se avesse finalmente scelto da che parte stare. Da tempo non cenavano insieme senza ansia. Sofia cominciò a credere che tutto fosse davvero finito. 

Finché una notte il telefono non esplose in un trillo. 02:47. Sullo schermo — «Mamma». Luca, nel sonno, si mosse appena. Sofia rimase immobile. Il telefono squillò a lungo, poi tacque. — Non rispondere, — sussurrò. — Ti prego. Lui non rispose. Ma cinque minuti dopo — di nuovo. E poi ancora. Al quarto squillo, Sofia non resistette: si alzò e andò in cucina. Dietro la porta, la voce di lui: «Cosa è successo? Mamma?..» Poi silenzio. I minuti scorrevano lenti. Quando uscì, il suo viso era grigio. — L’hanno portata in ospedale, — disse. — Pressione, ictus. I vicini l’hanno trovata. Sofia sentì tutto crollarle addosso. Rabbia, paura, colpa — tutto insieme. Luca si sedette a terra, le mani sul viso. — L’ho cacciata io… — sussurrò. Lei gli si avvicinò. — Hai solo messo un limite, Luca. Non è quello il male. Non rispose. Guardava nel vuoto. Dal vetro veniva il fischio del vento. Lei gli prese la mano, piano. ** Una settimana dopo, erano in ospedale. Marianna giaceva con gli occhi aperti, ma lo sguardo perso. Una flebo nel braccio.

 Sul tavolino, la pigiama piegata alla perfezione. — Figlio mio… — un sussurro debole, quasi senza denti. — Là… l’armadio… sporco… Sofia chiuse gli occhi. Luca annuì, non a lei, ma a se stesso. Poi si drizzò. — È pulito, mamma. Pulitissimo. Lei provò un sorriso, poi non capì più perché. Gli occhi si chiusero. Il monitor rimase con la linea stabile e il ritmo costante. Nella stanza tornò il silenzio. Sofia stava immobile, le gambe di piombo. Luca accanto a lei. Non piangeva. Tra loro non c’erano più armadi, biancheria, urla — solo aria, finalmente libera. Lui la guardò. — Andiamo a casa. Sofia annuì. Dietro di loro, la porta chiusa della stanza. Davanti, il corridoio che odorava di disinfettante. Ma per la prima volta, quel freddo sembrava non minacciare, bensì purificare. Quando uscirono, cominciò a nevicare. Bianco, fitto, caldo al tatto. Luca le strinse le dita. E per la prima volta, dopo tanti mesi, entrambi sapevano: quella, finalmente, era davvero la loro casa — senza chiavi di mani estranee.

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