La continuazione della storia
La notte calò in fretta. Chiara, dopo aver cullato i gemelli, sedeva sul davanzale scricchiolante vicino alla finestra. In casa c’era odore di umidità e di cenere fredda. Fuori, una fitta nebbia avvolgeva tutto, come se la recinzione nascondesse non un cortile, ma un altro mondo. Ad ogni folata di vento le pareva di udire passi tra gli alberi, come se qualcuno osservasse la casa. — Solo stanchezza, — sussurrò a se stessa. — Solo il vento. Ma nel sonno i neonati sussultavano e gemevano, come se sentissero la stessa inquietudine. Al mattino Chiara uscì in cortile. Le bottiglie d’acqua vuote erano allineate ordinatamente sotto la scala. Avrebbe giurato di averle lasciate la sera prima accanto alla porta. Sul terreno, però, c’erano delle impronte — profonde, come di piedi scalzi, ma con dita lunghe, innaturalmente estese. Cercò di convincersi che fossero i suoi stessi passi, poi tornò dentro, chiudendo la porta con il chiavistello.
La giornata passò tra le cure ai bambini e i tentativi infiniti di scaldare la vecchia cucina. Verso sera Lorenzo non chiamò. Il segnale prendeva a malapena. Quando il sole sparì, Chiara sentì un leggero ticchettio — come se un’unghia avesse graffiato il vetro. Il cuore le cadde in petto. Si avvicinò, ma il vetro rifletteva solo il suo volto e la luce tremolante della lampada. Allora trovò il coraggio e aprì la porta. Sulla soglia c’era una donna — dai capelli grigi, il viso affilato e gli occhi che sembravano brillare leggermente nel crepuscolo. — Sei arrivata con troppo rumore, — disse la sconosciuta, ridacchiando con voce roca. — I bambini si sono svegliati, e lui l’ha sentito. — Lui chi? — riuscì appena a dire Chiara. — Colui che vive oltre la recinzione, — rispose la vecchia e, senza aspettare invito, entrò in casa. — Non ama gli estranei, soprattutto quelli che piangono. Chiara istintivamente strinse a sé la culla di Matteo. La donna si sedette accanto al camino, sospirò e aggiunse: — Io lavoravo qui, quando tuo nonno zappava ancora questa terra.
Poi lui sparì. E ora siete voi. Chiara fece un passo avanti. — Cosa vuol dire “sparì”? — La recinzione non è solo un confine. Sotto c’è… una crepa, e lui ne esce quando sente le lacrime. La vecchia si alzò e andò verso la porta. — Non lasciare uscire i piccoli di notte. E non aprire se senti qualcuno sussurrare i loro nomi. Quando la porta si chiuse, Chiara rimase immobile. Fuori il vento si quietò — scese un silenzio troppo denso, come se l’aria fosse diventata vischiosa. In quel momento uno dei neonati rise improvvisamente — un riso breve, inaspettatamente forte. Da fuori arrivò una risposta: la stessa risata, infantile, ma estranea. Chiara corse alla finestra, ma fuori non c’era nessuno. Solo la recinzione, che si muoveva tra brandelli di nebbia. Chiuse in fretta il chiavistello e spinse la culla contro il muro. Il giorno dopo trovò vicino al cancello una nuova tanica d’acqua, piena, non delle sue scorte. Nessuno era arrivato. Eppure sul tappo c’era un segno — una croce incisa con un coltello affilato.
La sera si udì il rumore di un motore che si avvicinava. Lorenzo tornò, raggiante, con l’auricolare all’orecchio. Non notò nulla di strano, nemmeno si fermò a sentire il suo racconto confuso. — Chiara, smettila di agitarti. Non vive nessuno qui. È solo roba vecchia che scricchiola. Calmati, — disse, prendendo in braccio uno dei figli. In quell’istante l’aria in casa tremò, la lampada sfarfallò. Sul muro, dietro Lorenzo, nel riflesso della finestra, scivolò un’ombra — come una lunga mano che si stendesse verso il bambino. Chiara urlò. Lorenzo si voltò, ma non vide nulla. Quella notte rimase — troppo stanco per ripartire. Al mattino Chiara si svegliò da sola. La porta d’ingresso era spalancata. Sulla soglia — un’impronta, allungata, umida, e accanto il suo auricolare. Da qualche parte oltre la recinzione, nella nebbia del mattino, si udì piano una risata di bambino — tre voci, ormai.



