Il seguito

— Non… non mi aspettavo la sua visita — disse Giulia a bassa voce, sentendo ogni parola graffiarle la gola.

— Si vede — rispose Teresa, appendendo il cappotto con la naturalezza di chi è abituato a sentirsi padrone di ogni spazio. — Una donna che non è pronta per gli ospiti non è pronta neppure per la vita.

Luca annuì subito, con un’espressione quasi infantile.

— Giulia è solo stanca, mamma. Ha lavorato molto ultimamente…

— Stanca? — ripeté Teresa, entrando già in salotto e facendo scorrere le dita sul bordo dei mobili, come se cercasse la polvere. — Una donna giovane non dovrebbe essere stanca. La stanchezza è per chi ha vissuto davvero.

Giulia rimase ferma sulla soglia della cucina. Il fianco le pulsava a ogni respiro, ricordandole la spinta violenta. Ma il dolore fisico stava diventando secondario. Dentro di lei stava nascendo qualcos’altro — una calma fredda e tagliente.

— Perché l’acqua non bolle? — chiese Teresa senza voltarsi. — Luca, le avevi detto che sarei venuta?

— Gliel’ho detto, mamma… forse non mi ha preso sul serio.

Giulia serrò le mani.

— Non ho preparato nulla perché non ho invitato nessuno.

Nella stanza calò un silenzio pesante. Luca batté le palpebre, incredulo.

— Giulia, smettila con questa scenata. Mia madre è qui.

— Appunto. È qui senza essere stata invitata.

Teresa si voltò lentamente. Il suo sorriso era sottile, glaciale.

— In una famiglia non esistono inviti, cara. Esistono i doveri. Il mio è assicurarmi che mio figlio stia bene.

— Suo figlio sta bene — rispose Giulia, stupendosi della fermezza della propria voce. — Sono io che ho smesso di vivere.

Luca fece un passo verso di lei.

— Mi stai umiliando davanti a mia madre?

— No. Per la prima volta sto dicendo la verità.

Giulia si appoggiò al tavolo, poi si raddrizzò lentamente. In quel momento capì che la paura che l’aveva trattenuta per mesi si era dissolta. Era rimasta solo una lucidità stanca, ma limpida.

— Non voglio più vivere in un posto dove devo chiedere il permesso per respirare. Non voglio che qualcuno frughi nei miei cassetti, butti via le mie cose e mi insegni qual è il mio posto. Non voglio più essere spinta o insultata.

Luca sbuffò, nervoso.

— E dove andrai? Pensi che qualcuno ti aspetti a braccia aperte?

— Non lo so. Ma so che ovunque sarà meglio che qui.

Teresa incrociò le braccia.

— Le ragazze come te dicono sempre così. Poi tornano. Perché fuori c’è freddo e solitudine.

Giulia sorrise appena.

— Forse. Ma il freddo di fuori non fa male quanto quello di una casa dove non conti nulla.

Si avvicinò all’attaccapanni, prese il cappotto e la borsa. Le dita le tremavano leggermente, ma i passi erano decisi.

Luca la guardava senza crederci.

— Stai facendo un errore enorme.

— Forse. Ma è il primo errore che è davvero mio.

Aprì la porta. L’aria fredda del pianerottolo le colpì il viso come uno schiaffo che sveglia. Esitò solo un istante. Poi uscì.

Dentro l’appartamento rimasero due figure — una indignata, l’altra silenziosa e confusa. La porta si chiuse con un suono sordo, come una conclusione inevitabile.

Giulia scese le scale senza voltarsi. Ogni gradino era un passo verso l’ignoto, ma anche verso la libertà. Sentiva il dolore al fianco, sentiva la paura, ma più forte sentiva qualcosa che aveva dimenticato da tempo: che la sua vita le apparteneva.

Fuori, le luci della città tremavano nelle pozzanghere e la notte sembrava immensa. Giulia strinse il cappotto attorno al corpo e iniziò a camminare — senza un piano, senza promesse, ma con una determinazione che nessuno poteva più portarle via.

Per la prima volta dopo tanto tempo, il silenzio non era una minaccia. Era un inizio.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Back to top button

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker