Il seguito
— Non avvicinarti! — gridò Lidia stringendo al petto la borsa sporca, come se dentro ci fosse ancora qualcosa di prezioso.
Cristina però non aveva più intenzione di avvicinarsi. All’improvviso sentì solo stanchezza. La rabbia che pochi minuti prima le aveva fatto tremare le mani si ritirò lasciando dietro di sé un vuoto freddo, pesante. Fece un passo indietro e indicò il corridoio.
— Esci.
Lidia rimase immobile. Dal fondo della borsa colava lentamente un liquido scuro che macchiava le piastrelle chiare. Si guardò intorno, come se cercasse ancora un modo per ribaltare la situazione. Ma il volto di Cristina era chiuso, calmo, irraggiungibile.
— Hai osato urlarmi contro… nella casa di mio figlio — disse infine, ma la sua voce non aveva più la stessa sicurezza.
— Non è solo la casa di Marco. È anche la mia. Pago anch’io. E tu sei entrata qui senza dire nulla, hai distrutto qualcosa che era mio e poi mi hai spinto. Adesso esci.
Lidia si passò la lingua sulle labbra secche.
— Racconterò tutto a Marco. Vedremo a chi crederà.
Cristina fece spallucce.
— Chiamalo.
Lidia tirò fuori il telefono con le dita ancora unte. Lo schermo scivolava sotto i suoi tocchi nervosi. Quando finalmente partì la chiamata, il silenzio della cucina fu riempito dal suono regolare del segnale.
— Marco! — esplose subito. — Devi tornare a casa. Tua moglie è impazzita. Mi ha aggredita, mi ha rovinato la borsa…
Cristina si appoggiò al piano della cucina e ascoltò senza interrompere. Non sentiva più il bisogno di difendersi. Troppe volte aveva vissuto quella scena: Lidia che piangeva, che esagerava, che trasformava ogni gesto in un torto irreparabile.
— Metti il vivavoce — disse piano.
— Non ci penso nemmeno!
— Mettilo.
Dopo qualche secondo la voce di Marco riempì la stanza.
— Cristina? Sei lì?
— Sì.
— Che succede?
Cristina guardò il telefono sporco, poi il volto teso della suocera.
— Tua madre è venuta senza avvisare. Ha trovato nel frigorifero le bistecche che avevo comprato per il mio compleanno, le ha considerate marce e le ha portate fuori per darle ai cani. Poi mi ha insultata. Quando le ho chiesto di andarsene, mi ha spinto.
Seguì una breve pausa.
— Mamma? — chiese Marco.
— Certo che dice così! — sbottò Lidia. — Era carne nera, disgustosa! Vi ho solo protetti!
— Le hai chiesto prima di buttarla? — domandò lui con calma.
Lidia batté le palpebre.
— Non c’era bisogno…
— Allora non dovevi toccarla.
Cristina sentì un brivido di sorpresa attraversarla. Lidia invece rimase senza parole.
— Come ti permetti? Sono tua madre!
— E lei è mia moglie — rispose Marco. — E questa è casa nostra.
Lidia provò ancora a parlare, a protestare, ma la voce le tremava. Si raddrizzò lentamente, cercando di recuperare un minimo di dignità.
— Bene. Me ne vado. Ma non aspettatevi che torni.
Cristina non rispose. Si limitò a spostarsi dalla porta.
Lidia passò accanto a lei lasciando una scia di profumo mescolato all’odore acre dei rifiuti. Nell’ingresso infilò le scarpe con movimenti nervosi, poi uscì sbattendo la porta. Il rumore rimbalzò nelle stanze.
Il silenzio che seguì fu profondo.
Cristina teneva ancora il telefono in mano.
— Cristina… — disse Marco.
— Sì.
— Mi dispiace.
Lei chiuse gli occhi per un istante. Non era una parola che lui usava spesso. Stavolta però sembrava sincera.
— Anche a me — rispose piano.
— Sto venendo a casa.
— Non correre. È finita.
— Vengo lo stesso.
Cristina si guardò attorno. Il pavimento era ormai quasi pulito, ma nell’aria restava un odore pesante. Aprì la finestra. L’aria fresca della sera entrò nella cucina come una promessa di quiete.
Quando dopo circa quaranta minuti sentì la chiave girare nella serratura, non sussultò. Marco entrò in fretta, con il cappotto ancora aperto. Il suo sguardo si posò subito sulla macchia scura sulla sua camicetta.
— Ti ha spinto?
— Sì.
Marco inspirò profondamente.
— Domani cambio la serratura. Non avrà più le chiavi.
Cristina lo fissò a lungo. Non sapeva se fosse una decisione momentanea o qualcosa di definitivo. Ma per la prima volta non sentì il bisogno di discutere.
— Va bene.
Quella sera non ci furono cene eleganti né festeggiamenti. Ordinarono qualcosa di semplice dal ristorante sotto casa. Bevvero il vino lentamente, quasi in silenzio. Eppure, in quel silenzio c’era qualcosa di diverso. Più pulito.
Cristina capì che non era la carne perduta a contare davvero. Né la serata rovinata. Era il momento in cui aveva smesso di indietreggiare.



