Il seguito

Anna continuò a fissare Marco in silenzio. La cucina sembrava improvvisamente troppo piccola per contenere tutto ciò che si era accumulato tra loro negli anni. Il ticchettio dell’orologio sul muro, che di solito passava inosservato, ora scandiva ogni secondo con crudele precisione.

— Non capisci perché non vuoi capire — disse infine, con voce calma. — È più facile pensare che il problema sia io. Così non devi ammettere che qualcuno ti sta manipolando.

Marco serrò le labbra.

— Basta con queste fantasie. Io conosco Elena meglio di chiunque altro.

— Conosci l’immagine che ti sei costruito. O forse è sempre stata così e tu hai semplicemente scelto di non vederlo.

Lui lasciò uscire una breve risata amara.

— Va bene. Allora dimmi tu cosa vuole.

Anna si appoggiò al piano della cucina, incrociando le braccia.

— Vuole sentirsi indispensabile. Ha bisogno di sapere che tu tornerai sempre da lei. Ogni volta che la nostra vita sembra diventare tranquilla, succede qualcosa. Un dramma, una crisi. Perché la tranquillità la costringerebbe a restare sola con se stessa. E questo la spaventa.

Marco rimase in silenzio per un momento. Nei suoi occhi passò un’ombra di dubbio, ma svanì quasi subito.

— Stai esagerando.

— Forse. Allora prova. Chiamala adesso e dille che domani partiamo per le vacanze e che non potrai aiutarla. Vediamo come reagisce.

Il telefono gli pesava nella mano. Esitò, poi il suo volto tornò rigido.

— Non devo dimostrare niente. Sei tu che devi rimediare.

Anna sospirò piano.

— Marco… qui non c’è più niente da rimediare. Perché non si tratta di Elena. Si tratta di noi.

Le parole caddero tra loro come una sentenza.

— Cosa significa? — chiese lui, più piano.

Anna inspirò profondamente.

— Significa che non posso più vivere così. Non voglio sentirmi colpevole per cose che non ho fatto. Non voglio combattere contro qualcuno che si mette sempre tra noi appena proviamo a essere felici. E non voglio restare accanto a un uomo che mi guarda come se fossi un’estranea nella mia stessa casa.

Marco impallidì.

— Stai facendo un dramma inutile.

— No. Ho solo taciuto troppo a lungo e tu ti sei abituato. Ti faceva comodo non scegliere. Ma adesso devi farlo.

Fece un passo verso di lei, come per accorciare la distanza.

— Anna, parliamone domani. Si calmerà tutto.

— Non si calmerà. Perché tu, in fondo, non vuoi la calma. Vuoi sentirti necessario. E lei ti offre esattamente questo.

Per la prima volta Marco non trovò nulla da dire. Guardò la stanza, gli oggetti familiari, la tavola apparecchiata a metà. Tutto sembrava improvvisamente estraneo.

— E cosa intendi fare? — domandò infine.

Anna si voltò verso la finestra. Fuori, la sera stava calando lentamente.

— Andarmene.

La parola fu semplice, ma definitiva.

— Dove?

— Non lo so ancora. Ma so che devo farlo prima di dimenticare chi sono.

Marco fece un mezzo passo in avanti, poi si fermò. L’orgoglio lo tratteneva, ma nei suoi occhi si accese una breve scintilla di paura.

— Te ne pentirai.

Anna sorrise con tristezza.

— Forse. Ma mi pentirei di più se restassi.

Si voltò e uscì in soggiorno. Prese il telefono dal tavolino e iniziò a scrivere un messaggio. Le dita si muovevano sicure, come se quella decisione fosse maturata da tempo.

Dietro di lei, Marco rimase immobile. Ascoltava il rumore dell’acqua che iniziava a bollire sul fornello, sempre più forte, come un conto alla rovescia che segnava la fine silenziosa della loro vita insieme.

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