Il seguito

Giulia rimase immobile per qualche secondo, ascoltando il silenzio pesante che si era steso nella stanza. Marco era già tornato a scorrere le notizie sul tablet, come se la conversazione fosse stata solo una parentesi fastidiosa nella sua serata ordinata. Il ticchettio dell’orologio sul muro sembrava più forte del solito. Ogni secondo cadeva come una goccia lenta e ostinata.

Si avvicinò alla finestra e scostò la tenda. La strada sotto era bagnata di luce gialla e fredda. Alcune persone passavano in fretta, strette nei cappotti. Per un attimo ebbe l’impressione che il mondo intero si stesse muovendo, mentre lei era rimasta ferma per anni.

— Marco — disse piano.

Lui sospirò senza alzare subito lo sguardo.

— Che c’è ancora?

— Hai ragione su una cosa. Così non può continuare.

Un mezzo sorriso sicuro gli increspò le labbra.

— Finalmente. Allora cerca di organizzarti meglio. Non è difficile.

Giulia scosse lentamente la testa.

— Non hai capito. Non può continuare così tra noi.

Il tablet si abbassò. Marco la fissò con più attenzione, come se stesse valutando un problema imprevisto.

— Vuoi dire che te ne vai?

— Voglio dire che voglio provare a vivere senza sentirmi sotto esame ogni giorno. Senza dover giustificare ogni spesa, ogni errore, ogni respiro.

Marco si alzò di scatto.

— È solo stanchezza. Domani ti passa.

— No. Non è stanchezza. È qualcosa che ho tenuto dentro troppo a lungo.

Lui rise, ma il suono era vuoto.

— E dove pensi di andare? Con quale sicurezza? Senza di me non hai niente.

Quelle parole, che altre volte l’avrebbero ferita, ora le sembrarono lontane.

— Ho due figli. Ho un lavoro. Ho le mie mani. Per cominciare basta.

Marco si avvicinò, la fronte tesa.

— È un capriccio. Tra un mese tornerai indietro.

Giulia prese la giacca dalla sedia. Le dita le tremavano appena, ma la voce restò calma.

— Forse. Ma almeno sarà una scelta mia.

— Ricordati che questa casa è mia — disse lui freddamente. — Tutto qui dentro lo è.

Giulia lo guardò negli occhi.

— Può darsi. Ma la mia vita no.

Entrò in camera dei bambini. Dormivano vicini, con i volti rilassati. Si sedette sul bordo del letto e li osservò. Un nodo le salì in gola. Per un attimo pensò di restare. Di rimandare ancora. Di trovare una scusa, come aveva fatto tante volte.

Poi si alzò e cominciò a preparare una valigia. Pochi vestiti, i quaderni di scuola, il pupazzo preferito del più piccolo. Ogni gesto era lento, preciso. Come se mettere ordine nelle cose potesse finalmente mettere ordine anche dentro di lei.

Quando tornò nel corridoio, Marco era appoggiato al muro.

— Davvero lo fai? — chiese più piano.

— Sì.

— Te ne pentirai.

Giulia aprì la porta. L’aria fredda la colpì in viso, ma allo stesso tempo le schiarì i pensieri.

— Forse — rispose. — Ma almeno, per una volta, sarò io a decidere.

Scese le scale tenendo i bambini per mano. I loro passi risuonavano nel silenzio del palazzo. Fuori, la città continuava a vivere come sempre. Un’auto passò veloce, qualcuno parlava al telefono, una finestra si chiuse con un tonfo secco.

Giulia si fermò sotto un lampione. La luce disegnava ombre lunghe sull’asfalto. Non sapeva dove sarebbero andati. Non aveva un piano preciso. Aveva solo quella decisione, fragile e potente allo stesso tempo.

Fece un respiro profondo e iniziò a camminare.

Per la prima volta dopo molti anni, non sentiva soltanto paura.

Sentiva anche una possibilità.

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