Il seguito
La guardai dritto negli occhi. Il dolore alla schiena e l’odore pungente del cloro improvvisamente persero importanza. Otto anni di umiliazioni si condensarono in un unico istante pesante, quasi irreale. Eppure dentro di me sentivo una calma fredda e determinata.
— Lo so — dissi piano.
Margherita trasalì. Giulia mi fissò incredula.
— Lo sai? — ripeté con tono tagliente. — Lo sai e resti qui… a lavare i pavimenti?
Accennai un sorriso stanco.
— Non resto più. Da oggi non devo nulla a questa casa.
Mia suocera scattò in piedi con tale forza che la sedia stridette sul parquet.
— Che cosa stai dicendo? Dove pensi di andare? Senza di noi non sei nessuno! Siamo stati noi a tirarti fuori dal nulla!
— Non mi avete tirata fuori — risposi con calma. — Mi avete solo tenuta in basso.
In quel momento la chiave girò nella serratura. Alessandro entrò di fretta, pallido, con lo sguardo agitato. Quando vide Giulia, si bloccò sulla soglia.
— Che ci fai qui? — mormorò.
— Dico a tutti che diventerai padre! — gridò lei con un sorriso trionfante.
Lui mi guardò. Per un istante pensai che avrebbe parlato, che avrebbe tentato di fermarmi. Ma nei suoi occhi vidi soltanto paura. E calcolo.
Fu allora che capii che non c’era più nulla da salvare.
— Non devi spiegarti — dissi con voce quieta. — Me ne vado.
Margherita rise in modo breve e aspro.
— E dove andrai? Chi ti aspetta? Con quali soldi vivrai?
Sfilai lentamente la fede dal dito e la posai sulla tovaglia di pizzo.
— Con la mia dignità. Mi basta.
Uscii senza voltarmi. L’aria fredda della sera mi riempì i polmoni come se respirassi davvero per la prima volta. La mia piccola borsa era già pronta. Dentro c’erano poche cose: qualche vestito, una cartellina con documenti e una vecchia fotografia.
Il telefono vibrò. Un messaggio breve: “Ti aspettiamo.”
Sorrisi.
Il nuovo lavoro non era solo un impiego. Era una possibilità. Una grande azienda internazionale mi aveva assunta come assistente di progetto dopo aver visto i corsi che avevo seguito di nascosto, di notte. Mentre loro pensavano che fossi solo una serva silenziosa, io costruivo lentamente una vita diversa.
I primi mesi furono duri. Dormivo poco, studiavo molto. Ma ogni giorno diventavo più forte. I colleghi iniziarono a rispettarmi. Per la prima volta venivo valutata per ciò che sapevo fare, non per il mio passato.
Una mattina la segretaria appoggiò sul mio tavolo un biglietto da visita.
— C’è un signore che insiste per vederla.
Era Vittorio.
Entrò nel mio ufficio con esitazione, come se fosse improvvisamente invecchiato.
— Volevo… parlare — disse a bassa voce. — La nostra azienda ha problemi. Alessandro non riesce a gestire tutto. Ho sentito che tu…
Chiusi la cartellina e lo guardai con tranquillità.
— Io me la cavo. Ma non faccio più parte della vostra famiglia.
Lui abbassò lo sguardo, imbarazzato.
— Lo so. Proprio per questo sono qui. Abbiamo bisogno del tuo aiuto.
Per un attimo provai una punta di compassione. Poi ricordai le sere passate a piangere in silenzio, l’odore del cloro, l’indifferenza nei loro sguardi.
— Posso aiutarvi come professionista. Non come nuora.
Accettò subito.
Fu l’inizio di un cambiamento che nessuno aveva previsto. In pochi mesi riorganizzai i progetti, salvai contratti importanti e riportai l’azienda in attivo. Il mio nome cominciò a comparire negli articoli di settore.
Una sera, uscendo dal moderno edificio di vetro dove lavoravo, vidi Margherita ferma vicino al cancello. Sembrava più piccola. Più stanca.
— Volevo solo vederti — disse con voce spenta. — E chiederti scusa.
La osservai a lungo.
— Forse ti sei pentita. Ma ci sono cose che non tornano indietro.
Salii in macchina e partii. Nello specchietto retrovisore la vidi restare sola sul marciapiede.
Per la prima volta non provai più senso di colpa.
Solo libertà.



