Il seguito

Marco rimase in silenzio per qualche secondo. Dal telefono arrivavano solo il rumore dei motori e i clacson impazienti.

— Stai parlando sul serio? — chiese infine con voce tesa. — Non puoi prendere una decisione del genere senza di me.

Anna guardava le luci tremolanti della città. Per la prima volta dopo tanto tempo non sentiva paura. Solo stanchezza… e una calma nuova, quasi fragile.

— Non ho preso questa decisione senza di te, Marco. Tu l’hai presa molto tempo fa. Io ho solo smesso di ignorarlo.

— Ma cosa stai dicendo? — sbottò lui. — Io lavoro per noi! Per Luca! Per il nostro futuro!

— Per il futuro di chi? — domandò lei piano. — Il nostro o quello di tua madre?

Seguì un’altra pausa. Anna immaginò il suo sguardo ostinato, la mascella serrata.

— Mia madre non ha nessuno — disse Marco con tono più basso. — È normale che io voglia aiutarla.

— E io? — chiese Anna. — Io chi ho?

La domanda rimase sospesa tra loro, come qualcosa di inevitabile.

Marco sospirò irritato.

— Resta lì, se vuoi. Ma non pensare che sarà facile. Domani ne riparliamo.

Riattaccò senza salutare.

Anna posò il telefono sul pavimento e rimase ancora un po’ seduta sul davanzale, con le ginocchia strette al petto. L’appartamento era fresco, ma il silenzio non la opprimeva. Era vivo, diverso dal ronzio continuo della strada accanto al loro monolocale in affitto.

Dopo qualche minuto si alzò e iniziò ad aprire gli armadi. La polvere si sollevò nell’aria, danzando nella luce del lampione. Ogni ripiano custodiva qualcosa di dimenticato: tovaglie ricamate, vecchi album, scatole di lettere. Sembrava che una parte della sua vita fosse rimasta in pausa lì, aspettando il suo ritorno.

Trovò anche una fotografia. Lei e Marco, sorridenti, seduti sul pavimento della stessa stanza, tra secchi di vernice e rotoli di carta da parati. Allora credevano davvero di costruire qualcosa insieme.

Anna osservò l’immagine a lungo, poi la ripose in un cassetto.

Non voleva cancellare il passato. Ma non voleva nemmeno restarne prigioniera.

La mattina dopo si svegliò presto. Una luce primaverile filtrava dolcemente dalle tende. Preparò il caffè in una vecchia caffettiera e lo bevve sul balcone, avvolta in una coperta. Inspirava profondamente, come se finalmente ci fosse spazio per respirare.

Il telefono vibrò di nuovo. Era l’educatrice di Luca.

— Signora Anna, oggi nessuno lo ha portato. Va tutto bene?

Il cuore le si strinse.

— Sì, certo. Arrivo subito.

Restò immobile per qualche istante. La sua decisione non riguardava solo lei. C’era un bambino da proteggere dalle tensioni e dai silenzi pesanti.

Si vestì in fretta e uscì. Il vano scale odorava di vernice fresca e di vita quotidiana. Per strada la gente camminava svelta verso il lavoro, ignara del fatto che per lei il mondo stava cambiando.

Davanti all’asilo, Luca sedeva su una panchina, giocherellando con la cerniera dello zaino. Quando la vide, corse verso di lei.

— Mamma, perché ieri non sei venuta?

Anna lo strinse forte.

— Perché ci trasferiamo, amore.

— Dove?

— A casa.

Il bambino la guardò perplesso.

— Ma non siamo già a casa?

Anna sorrise con dolcezza.

— Presto capirai.

Durante il tragitto Luca osservava in silenzio i tram, i palazzi alti, le vetrine luminose. Quando entrarono nel vecchio cortile con gli alberi in fiore, si fermò di colpo.

— Possiamo giocare qui?

— Sì.

— E restiamo?

— Sì.

Per lui bastò.

Quel pomeriggio disfecero insieme gli scatoloni. Luca portava piccoli oggetti e li sistemava con grande serietà sugli scaffali. Anna lo guardava e sentiva il petto alleggerirsi, come se un peso invisibile stesse svanendo.

La sera il telefono squillò di nuovo. Sapeva che era Marco.

— Ho parlato con un avvocato — disse lui senza preamboli. — Possiamo sistemare tutto in modo civile. Però forse dovremmo pensarci ancora. Non dobbiamo distruggere la famiglia.

Anna guardò Luca, addormentato sul tappeto tra i suoi giochi.

— Una famiglia non si distrugge in un giorno, Marco. Si perde lentamente. Noi ce ne siamo solo accorti.

— Quindi non c’è più speranza?

Anna chiuse gli occhi per un momento.

— La speranza c’è sempre. Ma non per la vita che avevamo. Solo per una nuova. Se la vuoi anche tu.

Dall’altra parte arrivò solo un lungo silenzio incerto.

Anna si guardò intorno. Le vecchie pareti, la luce calda, la quiete. Non sapeva cosa sarebbe successo dopo. Divorzio, riconciliazione, cambiamenti.

Ma per la prima volta non aveva paura dell’ignoto.

Perché finalmente aveva un luogo che poteva chiamare davvero casa.

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