Il seguito
La sua voce si alzò, ma dentro c’era più stanchezza che rabbia. Anna lo fissò a lungo, come se cercasse di capire quando avevano smesso di essere una squadra e si erano trasformati in due estranei.
— Non si tratta di chi appartiene a chi, Marco. Si tratta di rispetto. Di limiti. Del fatto che hai preferito mentirmi invece di parlarmi con sincerità.
Marco passò una mano tra i capelli e iniziò a camminare avanti e indietro per la stanza.
— Tu non capisci… Mia madre è sempre stata sola. Da quando è morto papà, io sono tutto quello che le resta. Se adesso le chiedo di andarsene, penserà di non avere più nessuno.
— Nessuno ti ha chiesto di cacciarla. Ti ho chiesto solo di essere onesto. Di dirmi quanto tempo sarebbe rimasta. Di chiedermi se ero d’accordo.
Marco si fermò di colpo e la guardò come se la sentisse davvero per la prima volta.
— E se ti avessi detto che voleva restare più a lungo… cosa avresti fatto?
Anna sorrise amaramente.
— Avrei avuto almeno la possibilità di scegliere. Di prepararmi. Di non sentirmi un’intrusa nella mia stessa casa.
Dal corridoio arrivavano rumori di ante che si aprivano e cassetti che scorrevano. Maria si muoveva per l’appartamento come se volesse dimostrare che la sua presenza non dipendeva da nessuno.
— Lo senti? — sussurrò Anna. — Non prova neppure a fare piano.
— Lei vuole solo sentirsi a casa.
— Ma io non mi ci sento più.
Quelle parole caddero tra loro con un peso nuovo. Marco impallidì.
— Non dire così.
— È la verità.
Dal soggiorno si sentì la voce di Maria:
— Marco, dove hai messo quei documenti? Non li trovo da nessuna parte!
Anna chiuse gli occhi per un istante. Quando li riaprì, il suo sguardo era fermo.
— Devi fare una scelta. Non tra me e tua madre. Tra continuare a evitare i problemi o comportarti da adulto.
— Cosa significa?
— Significa che non posso vivere in una casa dove ogni giorno inizia con tensioni e finisce con rimproveri. Dove le mie cose spariscono e nessuno pensa che sia grave. Dove tu preferisci la pace momentanea alla verità.
— Stai esagerando…
— No. Ho solo smesso di tacere.
— Marco! — richiamò ancora Maria. — Parlo da sola?
Lui fece un passo verso la porta, poi si fermò e si voltò.
— Dammi un po’ di tempo.
— Ne hai avuto. Due settimane.
Marco uscì senza aggiungere altro. Anna rimase seduta sul bordo del letto, con le mani intrecciate. Il cuore le batteva così forte da farle male. Non sapeva se avesse appena salvato qualcosa o distrutto tutto definitivamente.
Dal soggiorno arrivavano frammenti di parole.
— Che succede? — chiese Maria.
— Niente.
— Come niente? Hai una faccia…
Poi, più piano:
— Mamma, dobbiamo parlare.
Seguì un lungo silenzio. Anna trattenne il respiro.
— Di cosa?
— Di quanto tempo resterai ancora qui.
Una sedia scricchiolò.
— Capisco… Quindi è stata lei a convincerti.
— No. Ho capito da solo di aver sbagliato. Avrei dovuto dirle la verità.
— E la verità è che vuoi che me ne vada?
— La verità è che non possiamo vivere così per sempre.
La voce di Maria si fece fredda.
— Bene. Se è questo che desideri, partirò domani. Ma non dimenticare chi ti ha cresciuto.
Quelle parole avevano il peso di un vecchio rimprovero. Anna sentì un nodo stringerle la gola. Sapeva che non sarebbe stato un addio semplice.
Marco tornò dopo qualche minuto. Sembrava improvvisamente più stanco.
— Dice che domani se ne va.
— E tu?
— Non lo so. Ho la sensazione che qualunque cosa faccia, sarò comunque colpevole.
Anna lo guardò con attenzione.
— Forse per la prima volta non devi essere colpevole. Devi solo essere sincero.
Si sedette accanto a lei.
— Hai paura che, se resterà, finiremo per odiarci?
— Ho paura che, se non cambiamo nulla, non ci sarà più niente da salvare.
Quella notte dormirono uno accanto all’altra, ma come separati da una distanza invisibile. Al mattino li svegliò il rumore delle cerniere e dei passi affrettati. Maria preparava le valigie in silenzio, con movimenti decisi.
Quando arrivò sulla soglia, si fermò un momento.
— Abbiate cura l’uno dell’altra — disse senza guardarli.
La porta si chiuse lentamente. Nell’appartamento rimase un silenzio insolito, quasi sconosciuto.
Anna e Marco restarono in mezzo al soggiorno, fissando il divano spostato vicino alla finestra. La luce del mattino cadeva direttamente su di esso.
— Lo rimettiamo al suo posto? — chiese lui.
Anna esitò, poi scosse la testa.
— No. Lasciamolo così… per ora.
Per la prima volta dopo molti giorni nessuno diceva loro cosa fare. Eppure quella libertà aveva il sapore incerto di un nuovo inizio, fragile e difficile da capire.



