Il seguito

Anna camminò a lungo senza accorgersi del tempo che passava. Le strade del quartiere sembravano diverse, come se la città avesse cambiato volto nel momento stesso in cui lei aveva deciso di smettere di tacere. Il rumore distante del tram, il fruscio delle foglie mosse dal vento serale, il passo affrettato di qualcuno alle sue spalle — tutto le arrivava con una chiarezza nuova, quasi dolorosa.

Si fermò davanti alla vetrina di un negozio chiuso. Il vetro rifletteva la sua figura: il cappotto scuro, i capelli leggermente spettinati, lo sguardo serio ma più saldo di quanto ricordasse. Per un attimo ebbe la sensazione di guardare una sconosciuta.

— Sei davvero tu? — mormorò tra sé.

Non era una domanda ironica. Era il tentativo di riconoscere la donna che stava diventando.

Riprese a camminare. Le mani affondate nelle tasche, le spalle finalmente un po’ più leggere. Pensò a tutte le volte in cui aveva accettato compromessi per evitare discussioni. A quante parole aveva ingoiato per paura di ferire qualcuno o, peggio, di essere giudicata ingrata.

All’improvviso il telefono vibrò. Sullo schermo apparve il nome di Luca. Esitò qualche secondo prima di rispondere.

— Dove sei? — chiese lui, con un filo d’ansia nella voce.

— Sto tornando — disse Anna. — Ho solo fatto un giro.

— Mia madre… — iniziò lui, poi si fermò. — Non voleva esagerare. È solo preoccupata.

Anna chiuse gli occhi per un istante.

— Lo so. Ma essere preoccupati non dà il diritto di decidere per gli altri.

Ci fu silenzio. Poi Luca sospirò.

— Possiamo parlarne con calma quando torni?

— Sì.

Riagganciò e accelerò il passo. Non aveva più voglia di rimandare.

Quando entrò nel palazzo, la luce automatica del pianerottolo si accese con un lieve scatto. Il corridoio odorava di cera per pavimenti e di cucina. Quel profumo familiare, che un tempo le aveva dato conforto, ora le sembrava solo un ricordo lontano.

La porta dell’appartamento era socchiusa. Dentro, il televisore era acceso a basso volume. Margherita era seduta sul divano, immobile, con le mani intrecciate sulle ginocchia. Luca camminava avanti e indietro.

Entrambi alzarono lo sguardo quando Anna entrò.

— Sei tornata — disse Margherita.

Non era una domanda. Né un’accusa. Solo una constatazione.

Anna annuì e si tolse il cappotto con calma.

— Sì. Dovevo pensare.

— E hai pensato abbastanza? — chiese la donna.

Anna la guardò negli occhi. Non sentiva più quel nodo allo stomaco che l’aveva accompagnata per mesi.

— Ho capito che non posso continuare così.

Luca si fermò accanto al tavolo.

— In che senso?

— Nel senso che dobbiamo trovare la nostra strada. La nostra casa. Anche se sarà piccola, anche se sarà difficile.

Quelle parole sembrarono riempire la stanza di una tensione nuova, ma diversa da prima. Non c’era più paura. Solo inevitabilità.

Margherita si alzò lentamente. Per un momento parve voler replicare. Poi scosse la testa.

— Pensavo di aiutarvi — disse piano. — Non di farvi sentire prigionieri.

Anna si avvicinò di un passo.

— Lo so. E ti sono grata. Ma l’aiuto non può diventare una gabbia.

Il silenzio che seguì fu lungo, ma non ostile. Fu un silenzio in cui ognuno cercava di accettare qualcosa.

Luca si passò una mano sul viso.

— Possiamo farcela? — chiese.

Anna gli sorrise per la prima volta quella sera.

— Possiamo almeno provarci.

Si avvicinò al tavolo e prese la scatola con gli stivali. La aprì. Il cuoio nuovo profumava di promesse. Li sfiorò con le dita, poi richiuse il coperchio.

— Domani iniziamo a cercare — disse.

Margherita tornò a sedersi. Lo sguardo era stanco, ma meno duro.

— Forse è giusto così — ammise.

Fuori, il tram passò con il suo suono metallico. La città continuava a muoversi, indifferente e viva. Anna sentì dentro di sé una calma inattesa. Non era la fine di nulla. Era solo l’inizio di qualcosa che, per la prima volta, apparteneva davvero a lei.

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