Il seguito
Rimasi immobile per qualche secondo, osservando come il sorriso sicuro di Marco si spegneva lentamente. I suoi occhi scorrevano sulle pagine, sui timbri, sulla mia firma già apposta con una calma che non sapevo nemmeno di possedere.
— Stai scherzando… vero? — disse infine, ma nella sua voce non c’era più ironia.
Non risposi. Mi voltai e tornai sul balcone. Cominciai a raccogliere la terra sparsa, i pezzi di ceramica, le foglie spezzate del mio ficus. Ogni gesto era lento e preciso, come se mettere ordine lì fuori potesse finalmente mettere ordine anche dentro di me.
Andrea rimase per un momento accanto alla porta, incerto. Non rideva più.
— Marco… forse è meglio che vi lasci soli — mormorò, infilando in fretta la giacca.
Marco non lo fermò. Restò fermo in mezzo al soggiorno con i documenti tra le mani, come se non sapesse più cosa farne. Poi fece un passo verso di me.
— È davvero finita? — chiese piano.
Alzai lo sguardo. Per la prima volta da molto tempo non vidi davanti a me un uomo che faceva paura o che decideva il mio destino. Vidi solo qualcuno smarrito.
— Sì — risposi. — Doveva finire già da tempo.
La porta si chiuse alle spalle di Andrea con un suono secco. Nell’appartamento scese un silenzio strano, denso, quasi irreale.
Marco cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza, passandosi una mano tra i capelli.
— Pensi che sarà facile senza di me? — sbottò. — Pensi davvero di potercela fare da sola?
Sorrisi appena.
— Non sarà facile. Ma almeno sarà mio.
Quelle parole sembrarono svuotarlo. Si lasciò cadere sul bordo del divano, lo sguardo fisso sul pavimento.
— E adesso cosa vuoi che faccia?
— Voglio che tu vada via.
Lo dissi senza rabbia. Senza alzare la voce. Era solo una decisione chiara, inevitabile.
Marco rimase seduto ancora qualche secondo, poi si alzò lentamente. Cominciò a raccogliere le sue cose: qualche camicia, un vecchio portatile, le scatole con i pezzi metallici. Non erano molte. Incredibilmente poche, considerando quanto spazio aveva occupato nella mia vita.
Lo osservai mentre si muoveva per la casa che fino a quella mattina chiamava sua. Ora sembrava un estraneo.
Quando passò accanto a me con la borsa in mano, si fermò.
— Te ne pentirai — disse sottovoce.
Alzai le spalle.
— Forse. Ma sarà una scelta mia.
La porta si chiuse con un colpo più forte del necessario. L’eco attraversò le stanze e poi svanì. Rimase soltanto il silenzio.
Restai per un momento al centro del soggiorno, ascoltando il suono del mio respiro. L’odore di birra e di gomma aleggiava ancora nell’aria, ma non sembrava più soffocante. Aprii tutte le finestre. L’aria fresca della sera entrò come una promessa.
Sul balcone raccolsi con cura ciò che restava del ficus e lo misi in una scatola. Il tronco era spezzato, ma le radici sembravano ancora vive. Sfiorai la terra umida e sentii gli occhi riempirsi di lacrime.
Non piangevo per lui. Piangevo per me — per gli anni in cui avevo creduto che amare significasse rimpicciolirsi.
Portai una coperta sulla poltrona e mi sedetti. Il cielo si colorava di sfumature rosa e blu, mentre le luci della città iniziavano ad accendersi una dopo l’altra.
Il telefono vibrò. Un messaggio di un cliente: il progetto più importante su cui avevo lavorato era stato approvato. Sorrisi, sentendo qualcosa dentro di me tornare finalmente al suo posto.
Mi appoggiai allo schienale e chiusi gli occhi. Il futuro non faceva più paura. Era uno spazio aperto, vuoto solo in apparenza, pronto a essere riempito.
Intorno a me c’erano silenzio.
E libertà.







