Il seguito

Sofia rimase immobile davanti alla lapide ancora per qualche istante. Le lettere incise nella pietra sembravano muoversi davanti ai suoi occhi, come se fossero vive. Non capiva perché il cuore le battesse così forte, né perché un nodo improvviso le stringesse la gola.

Chiara fece un passo verso di lei, con cautela, come ci si avvicina a un animale ferito.

— Non devi avere paura… — disse piano. — Non ti faremo del male.

La bambina sollevò lo sguardo. Nei suoi occhi c’era diffidenza, ma anche qualcosa di fragile, come una domanda silenziosa.

— Perché piangi? — chiese.

Chiara esitò, poi rispose con sincerità:

— Perché a volte… quando si perde qualcosa di molto importante, si smette di credere che possa tornare.

Marco inspirò profondamente e cercò di mantenere la voce calma.

— Hai detto che la signora Teresa ti ha trovata. Vivi ancora con lei?

Sofia strinse le spalle.

— Vivo dove mi dice di stare. Ci sono altri bambini. Se non portiamo soldi o cose da vendere, si arrabbia.

Chiara sentì un dolore acuto nel petto.

— Vai a scuola?

La bambina scosse la testa.

— Qualche volta una volontaria ci insegna a leggere. Ma non sempre.

Marco e Chiara si scambiarono uno sguardo. In quell’istante non avevano bisogno di parole.

— Sofia… — disse lui con delicatezza. — Se vuoi, oggi non devi tornare da lei. Puoi venire con noi. Solo per stare al caldo. Mangiare qualcosa. Riposare.

La bambina lo osservò attentamente.

— E poi?

— Poi decideremo insieme — rispose Chiara. — Non ti obbligheremo a nulla.

Sofia abbassò gli occhi sul medaglione.

— Non me lo porterete via?

— No — dissero entrambi.

Dopo un lungo silenzio, annuì.

— Va bene… ma solo per un po’.

Uscirono lentamente dal cimitero. Il vento cominciava a muovere i rami degli alberi, portando con sé un odore di terra umida e inverno.

Marco aprì la portiera dell’auto.

— Vieni.

Sofia si fermò un momento. Non era mai salita su una macchina così elegante. Le sembrava di entrare in una storia che non le apparteneva.

— Posso tenere il sacco?

— Certo — rispose Chiara con dolcezza.

Si sedette sul sedile posteriore, stringendo il suo piccolo tesoro e il medaglione. L’auto partì.

Attraverso il finestrino guardava la città scorrere: negozi, persone, bambini con zaini colorati.

— Loro vanno a scuola ogni giorno? — chiese.

— Sì — disse Marco. — Imparano, giocano, fanno amicizia.

Sofia rimase in silenzio.

— Io avevo una bambola — sussurrò dopo un po’. — Ma si è rotta.

Chiara le prese la mano con cautela.

— Possiamo comprartene un’altra.

La bambina la guardò sorpresa, come se non riuscisse a credere a quelle parole.

Si fermarono davanti a una piccola panetteria. Il profumo di pane caldo e dolci appena sfornati li avvolse subito.

Seduti a un tavolino, Sofia stringeva la tazza di cioccolata calda tra le mani.

— È buono… — disse piano.

Marco sorrise per la prima volta da molto tempo.

— È solo l’inizio.

Mangiarono in silenzio. A volte lo sguardo di Chiara si posava sulla bambina con una tenerezza che la faceva quasi arrossire.

Quando tornarono in macchina, il sole aveva iniziato a filtrare tra le nuvole.

— Dove andiamo adesso? — chiese Sofia.

— A casa — rispose Chiara.

— A casa mia?

La donna scosse la testa lentamente.

— Alla nostra. Ma… potrebbe diventare anche la tua.

Sofia non rispose subito. Guardava il medaglione, come se cercasse una risposta.

Il viaggio sembrò durare poco e molto allo stesso tempo.

Quando l’auto si fermò davanti a una grande casa luminosa, la bambina sentì il cuore accelerare.

— Posso entrare?

— Certo — disse Marco.

Aprirono la porta. Dentro c’era odore di pulito e di qualcosa di familiare, anche se non sapeva spiegare perché.

Camminò lentamente nel corridoio. Ogni passo era una scoperta.

— Qui… è tranquillo — mormorò.

— Qui sei al sicuro — rispose Chiara.

Sofia si fermò vicino alla finestra. Il cielo stava cambiando colore, passando dal grigio a un azzurro timido.

Non sapeva cosa sarebbe successo il giorno dopo.

Non sapeva se quel posto sarebbe diventato davvero casa.

Ma per la prima volta dopo tanto tempo sentiva nascere dentro di sé una piccola, fragile speranza.

E non aveva più così paura di ascoltarla.

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