Il seguito

Clara non disse nulla. Non sospirò nemmeno. Rimase sulla soglia con la borsa in mano, come se tra il “prima” e il “dopo” fosse stata tracciata una linea definitiva. Martin la guardava e, per la prima volta quella sera, non provò paura né senso di colpa, ma un vuoto affilato, doloroso, che non poteva più essere colmato con spiegazioni o promesse.

— Hai trovato qualcosa? — chiese, pur sapendo già la risposta.

Clara scosse lentamente la testa.

— No. E non spettava a me cercare. Sono stata chiara.

Dalla cucina arrivava il rumore dell’acqua corrente e il tintinnio dei piatti. Helga lavava le stoviglie con movimenti ampi e ostentati, come se ogni piatto fosse una prova a suo favore. Non si voltò. Ma nel suo silenzio c’era un’attesa sicura: Clara avrebbe ceduto.

— Clara, possiamo parlarne — disse Martin a bassa voce. — Domani troveremo una soluzione. Solo… resta qui stanotte.

Lei lo guardò per alcuni secondi, poi sorrise appena. Non con ironia. Con tristezza.

— Martin, è proprio questo il punto. Tu credi che le soluzioni possano sempre essere rimandate. Io so che la vita non aspetta. Se resto stanotte, tra una settimana saremo esattamente allo stesso punto. E tra un anno anche. Non perché tu sia cattivo. Ma perché hai paura.

Helga si voltò di scatto.

— Paura? Di cosa dovrebbe avere paura? Di me? Sono sua madre! Tutto quello che faccio è per il vostro bene!

Clara si girò verso di lei con calma.

— No. Lei fa tutto per non restare sola. Lui fa tutto per non deluderla. E io sono stata… comoda tra voi due. Fino a oggi.

Le labbra di Helga si serrarono. Nei suoi occhi non c’era dolore, ma rabbia pura.

— Tornerai — disse a bassa voce. — Tornano tutte.

Clara si mise la borsa sulla spalla.

— Forse. Ma non così. E non qui.

Si avviò verso la porta. Martin fece un passo avanti.

— Dove andrai?

— In una piccola pensione vicino alla stazione. Ho chiamato prima. Solo per qualche giorno. Poi troverò qualcosa di mio.

— Tuo? — ripeté lui.

— Sì. Mio. Per la prima volta.

Si fermò con la mano sulla maniglia.

— Se domani vorrai parlare da adulto, senza testimoni e senza paura, chiamami. Se no… capirò.

La porta si chiuse lentamente. Senza rumore. Senza dramma.

Martin rimase immobile. Helga sospirò in modo teatrale.

— Le passerà.

Ma lui non rispose. Per la prima volta, non le credette.

Quella notte Martin non dormì. Rimase seduto sul divano con il telefono in mano, fissando lo schermo spento.

Nella sua mente scorrevano anni di rinvii, di “più tardi”, di “solo questa volta”. Capì di non aver perso solo una donna. Aveva perso l’occasione di diventare qualcuno per conto proprio.

La mattina dopo Clara si svegliò in una stanza piccola e pulita, con una finestra che dava sui binari. Il rumore dei treni non la infastidiva. Al contrario, le dava una strana sensazione di movimento. Di cammino.

Bevve il caffè da un bicchiere di carta e sorrise piano. Non era felice. Ma era libera. E, per la prima volta dopo molto tempo, questo le bastava.

Fine.

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