Il seguito

Elza non aspettò la risposta di Marten. Chiuse il taccuino lentamente, quasi con solennità, e lo posò sul bordo del tavolo, allineandolo con cura, come se l’ordine degli oggetti potesse in qualche modo compensare il caos che stava prendendo forma nella sua mente.

Marten continuava a parlare. O, più precisamente, continuava ad ascoltare se stesso.

— Ti rendi conto che occasione è questa? — diceva, gesticolando ampiamente. — Leonor e Hugo hanno ricevuto un’offerta irripetibile. Due mesi, tutta l’Europa, praticamente gratis. E i bambini… beh, i bambini restano con noi. Aria pulita. Montagna. Cosa potrebbe esserci di meglio?

Elza inspirò profondamente. Poi di nuovo. E ancora una volta. Conosceva bene i propri limiti. Sapeva che, se avesse parlato in quel momento, la sua voce non sarebbe rimasta calma. E lei voleva restare calma. Perché in situazioni come quella la calma era l’arma più pericolosa.

— Quanti anni hanno i bambini? — chiese senza guardarlo.

Marten sbatté le palpebre, colto di sorpresa.

— Beh… tre. Tutti e tre. Ma sono tranquilli, Leonor l’ha detto chiaramente. E poi, in fondo, è solo un’estate.

Elza alzò lo sguardo. Nei suoi occhi non c’era rabbia. C’era qualcos’altro. Una lucidità fredda, tagliente.

— Un’estate intera significa novanta giorni, Marten. Novanta giorni in cui tu sarai al lavoro e io resterò sola con tre bambini di tre anni, in una casa che non è minimamente preparata per questo.

— Stai esagerando — ribatté lui subito. — Possiamo comprare quello che serve. Un lettino in più, qualche gioco…

— Non sto parlando di oggetti — disse Elza a bassa voce. — Sto parlando di tempo. Di energia. Del fatto che nessuno mi ha chiesto se lo volevo.

Marten sospirò, infastidito.

— È famiglia, Elza. Cosa avrei dovuto fare? Dire di no?

Elza si alzò in piedi. La sedia scricchiolò leggermente sul pavimento.

— Sì. Esattamente questo. O almeno dire: “Devo parlarne con Elza”.

Il silenzio che seguì fu pesante, denso. Si sentiva solo il ticchettio dell’orologio appeso al muro.

Marten si schiarì la gola.

— Leonor contava su di noi. Ha già fatto tutti i piani. Non possiamo tirarci indietro adesso.

Elza sorrise. Un sorriso piccolo, controllato.

— Invece sì. Possiamo.

— In che senso?

— È molto semplice. Domani la chiami e le dici la verità. Che non posso. Che non voglio. Che non sono una babysitter.

— Si offenderà.

— Probabile.

— Ci sarà una scenata.

— Sicuro.

Marten la guardò con attenzione, per la prima volta davvero incerto.

— E se si rifiuta di capire?

Elza prese la borsa dallo schienale della sedia.

— Allora non sarà più un problema mio.

— Dove vai?

— Da mia sorella. Per il fine settimana. Ho bisogno di tempo per riflettere.

— Su cosa?

Elza si fermò sulla soglia e si voltò.

— Su quante volte hai preso decisioni al posto mio, senza di me.

Chiuse la porta dietro di sé senza fare rumore. Marten rimase solo in cucina, a fissare le bustine di semi sul tavolo. Per la prima volta quella sera, tutto il suo entusiasmo svanì.

E fu solo allora che capì che il “jackpot” di cui aveva parlato non era mai stato davvero loro.

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