Il seguito

Quella sera Eleanora non disse più una parola. Salì in camera da letto, chiuse la porta dietro di sé e si sedette sul bordo del letto, con la schiena dritta e lo sguardo perso nel vuoto. Per la prima volta dopo molti anni, la casa che aveva progettato, costruito e pensato come un rifugio sicuro le sembrò estranea. Come se qualcuno avesse spostato le pareti senza chiederle il permesso.
Il mattino arrivò troppo in fretta. La luce filtrava attraverso le tende e dalla cucina si sentiva già il rumore delle stoviglie. Gertrude, naturalmente, era già sveglia. Era sempre stata mattiniera. Eleanora rimase ancora qualche minuto a letto, mettendo ordine nei pensieri. Non era una donna incline alle decisioni impulsive, ma una cosa la sapeva con certezza: la situazione non poteva continuare così.
A colazione Martin era silenzioso. Mangiava in modo meccanico, evitando lo sguardo della moglie. Gertrude, invece, appariva insolitamente vivace.
— Ho preparato l’omelette, caro Martin, proprio come ti piaceva da bambino — disse con un largo sorriso.
— Grazie, mamma — mormorò lui.
Eleanora si versò il caffè e si sedette al tavolo.
— Oggi lavorerò da casa — annunciò con calma. — Alle dieci ho una riunione online molto importante.
— Allora forse sarebbe meglio che andassi in un bar — intervenne Gertrude con tono mellifluo. — Qui c’è sempre un po’ di rumore… la televisione, sai…
Eleanora alzò lo sguardo.
— No, signora Weber. Lavorerò qui. Questa è casa mia.
Gertrude sbatté le palpebre, sorpresa. Martin posò la forchetta.
— Eleanora…
— No, Martin — lo interruppe lei. — Oggi ascolti soltanto.
Dopo colazione, Eleanora scese in soggiorno, sistemò il portatile sul grande tavolo e iniziò a preparare la presentazione. Alle dieci in punto iniziò la videocall. Tutto procedeva bene finché, dal piano superiore, non esplose il suono del televisore al massimo volume.
Eleanora si scusò con i colleghi, spense la videocamera, si alzò, salì le scale e aprì la porta del suo ex studio.
— Per favore, abbassi il volume — disse con fermezza.
— Oh, cara, ma io non sento più tanto bene — rispose Gertrude, senza nemmeno toccare il telecomando.
Eleanora la fissò per qualche secondo, poi sorrise appena.
— Allora dovremo spostare la televisione. Oppure il letto. Oppure lei.
— Come, scusi? — Gertrude aggrottò la fronte.
— Esattamente come ha sentito.
Quella sera, dopo che Gertrude si fu ritirata nella sua stanza, Eleanora si sedette di fronte a Martin.
— Ho preso una decisione — disse con calma. — Domani verrà un agente immobiliare.
— Per fare cosa? — chiese lui, visibilmente teso.
— Per valutare la casa. Oppure l’appartamento di tua madre. Non ho ancora deciso.
Martin rimase immobile.
— Non puoi farlo senza di me.
— Posso, invece — rispose Eleanora con tranquillità. — La casa è intestata a me. Proprio come la mia vita è una mia responsabilità.
— Vuoi costringermi a scegliere? — la sua voce tremava.
— No, Martin. La scelta l’hai già fatta. Io sto solo tracciando le conseguenze.
Eleanora si alzò e si avviò verso la camera da letto.
— Domani mattina — aggiunse senza voltarsi — voglio riavere il mio studio. Se così non sarà, considererò che tu abbia scelto definitivamente.
La porta si chiuse piano alle sue spalle, lasciando Martin solo con il silenzio e con la verità che aveva evitato per troppo tempo.