Il seguito
Giulia rimase per qualche secondo appoggiata alla porta, ascoltando i rumori dal corridoio: il fruscio delle zip, il tonfo degli oggetti spostati, i passi nervosi di Marco. Ogni suono le faceva male, ma allo stesso tempo le schiariva la mente. La paura svaniva. Al suo posto cresceva qualcosa di freddo, lucido, controllato.
Il pianto di Luca si fece più intenso. Giulia si avvicinò subito alla culla, lo prese in braccio e lo strinse forte a sé. Il piccolo tremava, con le manine aggrappate alla sua maglia.
— Tranquillo, amore… mamma è qui… — sussurrò, cullandolo dolcemente.
In quel momento capì una cosa: non poteva più permettersi di crollare. Non per Marco. Non per Paola. Solo Luca contava.
Dal corridoio si sentì la voce di Marco:
— Dove sono i miei documenti? Non li trovo!
Giulia chiuse gli occhi per un istante, poi rispose con calma:
— Nel cassetto della scrivania.
Si sentì il cassetto aprirsi, poi un sospiro irritato.
— E la carta?
Giulia strinse Luca più forte.
— L’ho bloccata.
Silenzio.
Dopo un attimo Marco apparve sulla soglia.
— Cosa hai fatto?
Giulia lo guardò dritto negli occhi. Per la prima volta senza paura.
— Ho bloccato i conti comuni. E ho avviato la separazione dei fondi.
— Sei impazzita?! — esplose lui.
— No. Mi sono svegliata.
Dietro di lui comparve Paola, con il solito sguardo altezzoso.
— Vuoi ricattarci?
Giulia accennò un sorriso.
— No. Ve ne andate. Senza portarvi via nulla che non vi appartiene.
Marco fece un passo avanti.
— Metà è mia.
— Lo deciderà un giudice, — rispose lei con calma. — Con test del DNA incluso, se vuoi. Ma fino ad allora, niente esce da questa casa.
Per la prima volta, sul volto di Marco comparve un’ombra di incertezza. Paola reagì subito:
— Non hai alcun diritto!
— Ce l’ho, — la interruppe Giulia, sollevando leggermente il telefono. — Ho già parlato con un avvocato. E se alzate ancora la voce, chiamo la polizia.
Silenzio.
Luca si calmava tra le sue braccia. Giulia lo cullava piano, senza distogliere lo sguardo da loro.
— Fuori, — disse.
Marco la fissò a lungo. Non era più la donna in lacrime di poco prima. Era cambiata.
— Te ne pentirai, — mormorò.
— No, — rispose lei. — Ti pentirai tu.
Paola strinse le labbra, poi afferrò il braccio del figlio.
— Andiamo. Qui non abbiamo più nulla da fare.
Marco lanciò un ultimo sguardo al bambino. Questa volta non c’era disprezzo — solo un’ombra di dubbio.
Poi si voltò.
La porta d’ingresso sbatté forte.
Silenzio.
Giulia rimase ferma per qualche secondo, poi si sedette sul letto stringendo Luca.
— È finita… — sussurrò.
Ma sapeva che non era la fine. Era l’inizio.
Nei giorni successivi non pianse. Agì. Avviò le pratiche per il divorzio. Parlò con l’avvocato. Richiese ufficialmente il test del DNA — non perché avesse dubbi, ma per chiudere la questione una volta per tutte.
Quando arrivò il risultato, la verità fu esattamente quella che aveva sempre saputo: Luca era figlio di Marco.
L’avvocato annuì, soddisfatto.
— Ora ha tutto dalla sua parte.
Giulia non provò trionfo. Solo pace.
Marco cercò di tornare. Messaggi, chiamate, scuse. Dava la colpa alla madre, allo stress, a un “errore”.
Giulia non rispose.
Una sera era seduta sul pavimento con Luca, costruendo una torre di cubi. Il bambino rideva di nuovo, come se nulla fosse accaduto.
Il telefono vibrò sul tavolo.
“Mi dispiace. Ho sbagliato. Voglio rimediare.”
Giulia guardò lo schermo per qualche secondo, poi bloccò il numero.
Luca le porse un cubo.
— Mamma, più alto!
Giulia sorrise e aggiunse il cubo in cima.
— Più alto, — ripeté piano.
E per la prima volta dopo tanto tempo, sentì davvero di poter andare avanti.



